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Milano è potere: palazzo Marino, l’avido banchiere e la monaca scandalosa

6 febbraio 2018 / Milano
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Il potere a Milano si è sempre misurato col mattone. Lo sa bene Tommaso Marino, un faccendiere genovese, assurto agli onori della cronaca per le spericolate manovre finanziare e per essersi accaparrato il monopolio del sale tra Venezia, Milano e Genova. Quando nel 1557 incarica l’architetto perugino Galeazzo Alessi (1512-1572 di progettargli una sontuosa residenza, fin dalla posa della prima pietra fa scandalo. Man mano che il cantiere avanza, prendendo sempre più la forma di un castello, l’insofferenza dei milanesi cresce. E lui in risposta si mette a scorazzare per le contrade intorno a piazza dei Mercanti su una carretta tutta d’oro. Accecato dal potere, non bada nemmeno a un profetico detto che inizia a circolare in città: «Congeries lapidum, multis constructa rapinis aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet» (Accozzaglia di pietre, costruita grazie a molte ruberie o brucerà, o cadrà, o sarà rubata da un altro ladro).

Quando nel 1572 muore all’età di 97 anni lascia un impero traballante, un palazzo incompiuto e due figlie cariche di debiti: Clara e Virginia. La prima, grazie al marito, è salva. La seconda, vedova e con sei figli, si ritrova un debito sulle spalle di 253.000 scudi (oggi milioni di euro). Poi Martino de Leyva, nipote del governatore spagnolo, le mette gli occhi addosso e credendo di fare l’affare della sua vita la sposa nel Natale del 1574. Un anno dopo nasce Marianna, passata alla storia come la Monaca di Monza di manzoniana memoria.

Già, proprio così: l’infelice suor Virginia non solo è vissuta davvero ma è nata qui a palazzo Marino. La piccola non ha ancora un anno che perde la madre, vittima forse della peste. Affidata alle cure dell’arcigna zia Clara, cresce nell’indifferenza del padre che la spoglia di quasi tutte le sue rendite: da erede al cinquanta per cento dei beni materni, si ritrova con poco più di un decimo. A 13 anni e 3 mesi, nella primavera del 1588, per ordine del padre, entra nel monastero di Santa Margherita a Monza.

 

Photo Credits: Klodiana Prendi